Contesto e background
La tutela e la salvaguardia dei minori nello sport giovanile è oggi una priorità scientifica ed etica: i benefici dello sport non sono “automatici”, ma dipendono dalla qualità dell’ambiente sportivo e dalle sue dinamiche relazionali. In letteratura, molta attenzione è stata dedicata alla violenza nello sport e alle sue conseguenze a livello individuale, mentre risultano meno esplorati i legami tra pratiche di safeguarding e possibili esiti psicosociali di gruppo; da qui l’idea di verificare un’eventuale associazione tra safeguarding, come cultura e pratica quotidiana incorporata nel contesto organizzativo e di squadra, e coesione di squadra, intesa come proprietà emergente del gruppo sensibile al clima e alle interazioni. La tesi nasce quindi dall’idea di mettere in relazione pratiche di safeguarding e coesione nel calcio giovanile.
Obiettivi del progetto e approccio
Lo studio mira a esplorare se e in che misura le pratiche di safeguarding adottate a livello di squadra siano associate alla coesione di squadra, andando oltre il focus tradizionale sugli esiti individuali. In particolare, si propone (1) di esaminare l’associazione safeguarding–coesione; (2) di verificare le relazioni tra specifiche dimensioni del safeguarding (sicurezza fisica, sicurezza emotiva, formazione/sensibilizzazione, partecipazione) e le dimensioni della coesione (attrazione vs integrazione; sociale vs compito); (3) di confrontare i risultati in contesti differenti; e (4) nel sottocampione di Madrid, di esplorare i legami tra safeguarding e valutazioni degli atleti sul comportamento dell’allenatore, per chiarire come le pratiche di tutela “si traducano” nell’esperienza concreta del gruppo.

Risultati attesi
Sulla base del quadro teorico, ci si attende una relazione positiva tra livelli più elevati di safeguarding e livelli più elevati di coesione, considerando la coesione nelle sue componenti multidimensionali (ipotesi generale). In modo più specifico, la dimensione di sicurezza emotiva dovrebbe essere quella più strettamente collegata alle componenti sociali della coesione (attrazione sociale e integrazione sociale), perché più direttamente connesse alla qualità delle relazioni e del clima interpersonale. Infine, in coerenza con il ruolo centrale delle figure adulte nel rendere “operative” le pratiche di tutela nel quotidiano, ci si aspetta che il safeguarding risulti associato anche a indicatori legati al comportamento percepito dell’allenatore (laddove disponibili).
Implicazioni pratiche e direzioni future
In prospettiva applicativa, concepire il safeguarding come proprietà del contesto di squadra implica che la tutela non possa ridursi ad adempimenti formali, ma debba essere integrata nel funzionamento quotidiano, con attenzione al clima relazionale e allo stile educativo delle figure adulte. In particolare, l’allenatore appare uno snodo cruciale: percorsi formativi che includano competenze relazionali, comunicative ed educative (oltre agli aspetti tecnici) possono rappresentare una leva concreta per promuovere contesti più sicuri e inclusivi. Sul piano della ricerca, emergono indicazioni per studi futuri con campioni più ampi e disegni più robusti (anche longitudinali/multi-livello), e per includere variabili/meccanismi potenzialmente esplicativi (es. sicurezza psicologica) nel collegare safeguarding e processi di squadra.